Quando un viaggio diventa sfruttamento: l’ipocrisia dei travel influencer

L’ipocrisia dei travel influencer: quando il viaggio diventa sfruttamento

 

Travel influencer: tra sogno e trend-ipocrisia

Negli ultimi anni i travel influencer sono diventati i nuovi guru del viaggio. Un video al tramonto, l’espressione da ebete giusta e ti convincono che basta un biglietto aereo low-cost per “vivere la vita dei tuoi sogni”. Peccato che, dietro lo schermo ci sia spesso una realtà fatta di superficialità e sfruttamento culturale.
Viaggiare è bello ma trasformare un Paese, una cultura o addirittura una persona in scenografia per il feed è un’altra cosa.

Uno degli esempi più lampanti riguarda quelle influencer che, andando in Africa, si fanno fotografare o si filmano con un bambino locale in braccio. Senza consenso, ovviamente. Il tutto condito da una didascalia tipo: “Questo viaggio mi ha cambiato la vita”.
No cara, quello non è un viaggio che ti ha cambiato la vita. Quello è colonialismo 2.0 con filtro Valencia. È l’idea tossica che l’Occidente debba sempre mostrarsi come salvatore, riducendo le persone locali a comparse del tuo show personale.

Altro trend: il cosiddetto voluntourism. Tradotto: ti fai due settimane in un villaggio sperduto, fai la foto con i bambini, magari insegni inglese senza essere insegnante, e poi torni a casa convinto di aver salvato il mondo. Nel frattempo, i problemi reali restano lì dove li hai trovati.
Il volontariato vero richiede tempo, competenze, rispetto delle comunità. Il voluntourism, invece, è spesso solo un pacchetto turistico travestito da missione etica, utile più al feed Instagram e Tiktok che alle persone coinvolte.

Differenza tra viaggiatori/trici e influencer

La differenza tra viaggiatori/trici e influencer ipocriti è semplice: i primi cercano di capire e rispettare il luogo che visitano, i secondi lo usano come sfondo scenico. Aspetta!
L’ipocrisia non si ferma alla foto col cocktail. No, qui parliamo di un vero e proprio silenzio selettivo. Perché, guarda caso, nelle caption o nelle stories non c’è mai spazio per i problemi veri dei Paesi visitati.
Ecco alcuni esempi: vai in Nepal o Indonesia? Potresti raccontare delle rivolte sociali che stanno interessando l’intero Paese per mandare a casa governi corrotti, tra l’altro con il Jolly Roger di Rufy Cappello di Paglia. Ma no, meglio un reel con le altalene panoramiche sopra le risaie. Vai in Giappone? Sarebbe interessante parlare della società schiacciata dal lavoro, della misoginia radicata o dei ragazzi chiusi in camera, i famosi hikikomori. Ma no, ecco invece la foto con le orecchie da gatto a Shibuya Crossing. Oppure la Thailandia: basterebbe accennare al problema devastante della prostituzione minorile, ma niente… solo tramonti rosa shocking e pad thai servito nel cocco. Insomma, quando il viaggio diventa solo una scenografia, i problemi veri spariscono. E l’influencer ti vende l’illusione di un mondo fatto solo di “good vibes”, ignorando volutamente tutto ciò che non fa like.

La soluzione? Smettere di seguire

Non si tratta di demonizzare i social o chi racconta i propri viaggi online. Anzi, i social possono essere strumenti potentissimi di condivisione e conoscenza. Ma chi ha milioni di follower dovrebbe sentire anche la responsabilità di raccontare la complessità e non solo la cartolina perfetta.
Viaggiare non è collezionare likes. È entrare in relazione con il mondo, rispettare le persone che incontri, evitare di ripetere stereotipi che fanno più male che bene.
Finché il viaggio resterà solo un palcoscenico per selfie e reels, non sarà mai un’esperienza autentica.
Sarà solo sfruttamento travestito da avventura.

La soluzione? Smettere di seguire queste persone che parlano del nulla eterno.

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